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Neoliberismo: il vocabolario che cambia

L’appetito, si sa, vien mangiando e ciò che vale alla buona tavola vale anche in economia.

Nel dopo guerra, scoprendo che lo stato può essere l’ostacolo principale all’espansione degli affari, alcuni economisti di incrollabile fede mercantilista, Bruno Leoni, Friedrich con Hayek, Milton Friedman e molti altri, elaborarono una teoria, poi battezzata neoliberista, che sostanzialmente affermava due cose. La prima: lo stato deve farsi gli affari suoi, ossia non deve intervenire nei meccanismi economici. L’assunto di partenza è che il mercato è una macchina perfetta che se lasciata libera di agire indisturbata trova da sola tutti gli equilibri necessari per risolvere ogni problema economico. Ergo lo stato deve farsi sempre più da parte rinunciando a qualsiasi intervento che possa porre vincoli al mercato. Che tradotto significa rinuncia a governare la moneta, rinuncia a fissare i tassi di interesse, rinuncia a mettere regole a protezione dell’ambiente e dei lavoratori, rinuncia a regolamentare l’attività produttiva, bancaria e finanziaria sotto qualsiasi forma.

 

Ma oltre che un nemico che pretende di mettere regole, lo stato è considerato anche un usurpatore che sottrae affari alle imprese. E lo fa ogni volta che pretende di gestire servizi a favore dei cittadini che per la loro importanza sociale vanno garantiti in forma gratuita o comunque agevolata: salute, istruzione, ma anche acqua, energia, rifiuti, alloggio, trasporti, comunicazione. Ogni servizio offerto dall’economia pubblica è un’occasione persa per il mercato che vede svanire milioni di clienti e soprattutto miliardi di profitti. Di qui il secondo principio del neoliberismo: lo stato deve abdicare a qualsiasi attività che non sia di stretto interesse della comunità indivisibile. Concetto labile dal momento che oggi sono gestiti da imprese private perfino i servizi carcerari, i servizi di ordine pubblico, i servizi armati di sostegno agli eserciti. Al momento sembra rimasto esclusa la magistratura di tipo penale. Ma se si conferma l’idea che tutti debbono trasformarsi in clienti, stati compresi, non sarà lontano il giorno in cui tutto tutti i servizi pubblici, tribunali compresi, saranno dati in appalto a imprese private,. E che l’obiettivo sia questo lo si deduce dalla pressione esercitata dalle imprese per ottenere la liberalizzazione dei servizi in ogni istituzione che conta: dall’Organizzazione Mondiale del Commercio all’Unione Europea, dai trattati di libero scambio agli accordi bilaterali sugli investimenti.

In conclusione la concezione liberista originaria rappresentata dal motto  “laissez-faire” si sta trasformando sempre di più nel motto “donnez-nous”. Dateci da mangiare facendoci gestire servizi di cui i cittadini non possono fare a meno e dateci da mangiare facendoci gestire qualsiasi servizio statale in forma di appalto. Così lo stato si trasforma sempre di più in gendarme e gabelliere al servizio delle imprese private. E’ lui infatti che fissa le tariffe sui servizi indispensabili, sempre più alte in modo da garantire profitti ai gestori, ed è lui che raccoglie il gettito fiscale per passarlo alle imprese appaltate.

Ma se possibile la logica del “donnez-nous” si spinge molto più in là e si traduce nella richiesta “assisteteci”. Paradossalmente la politica è così subalterna al mondo degli affari che interviene a suo favore senza neanche obbligarlo a formulare la richiesta. La politica individua il bisogno in anticipo e interviene a suo favore mettendola sul piano dell’interesse generale. E proprio in nome dell’interesse generale, negli ultimi cinque anni, i paesi europei hanno impegnato 4500 miliardi di euro per salvare le banche sull’orlo del fallimento per essersi imbarcate in operazioni speculative andate male. Strana concezione di interesse generale dal momento che per salvare le banche gli stati si sono indebitati per se, facendo scattare quell’austerità che poi ha provocato milioni di disoccupati in tutta Europa.

E strana concezione di interesse generale quando si cambia la funzione di Cassa Depositi e Prestiti, per farle usare i 230 miliardi di risparmio postale in operazioni che servono solo a rafforzare la posizione finanziaria di imprese private. E’ del marzo 2013 la joint venture con Qatar Holding che ha dato vita a IQ Made in ItalyInvestment Company Spa, con l’obiettivo di investire nel lusso e nel turismo del Belpaese. Ed è sempre del marzo 2013 l’investimento in Assicurazioni Generali SpA, tramite l’acquisizione del 4,48% precedentemente detenuta da Banca d’Italia. La stessa Banca d’Italia che nel marzo 2014 è stata rivalutata con un colpo di penna, ma invece di utilizzare i nuovi proventi per creare posti di lavoro, sono stati regalati alle banche, principalmente Unicredit e Banca Intesa, tanto per smentire la nuova politica neoliberista del “donnez-nous”. 

Ultima modifica ilLunedì, 07 Aprile 2014 11:21
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